Ecco perchè l’austerity europea non ha alcuna base economica

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Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Brad Plumer pubblicato dal Washington Post nel quale si spiega, in maniera semplice, perchè tutta la sofferenza economica alla quale il nostro Paese è soggetto da anni non solo non è necessaria, ma è addirittura controproducente

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Uno degli studi più influenti spesso usati per discutere dell’austerità è stato oggetto di una nuova e vasta critica. L’articolo in questione è un famoso studio del 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff “Crescita al Tempo del Debito”, dove si sostiene che la crescita economica soffre gravemente quando il debito pubblico di un paese raggiunge il 90% del PIL. Quella soglia del 90% è stata spesso citata nel corso degli ultimi anni come una delle ragioni per cui i paesi dovrebbero tagliare i loro deficit- anche se le loro economie sono ancora deboli.

Una recente critica mossa da Thomas Herndon, Micheal
Ash e Robert Pollins
suggerisce che questo risultato dovrebbe essere riesaminato. In primis, gli economisti affermano che Reinhart e Rogoff hanno escluso dal loro studio tre episodi di paesi con alto debito e alta crescita – Canada, Nuova Zelanda e Australia – a fine anni 40. Secondo, sostengono che le assunzioni fatte da Reinhart e Rogoff sulla ponderazione dei diversi episodi storici sono contestabili.

Ora, queste sono due obiezioni metodologiche. Ma c’è anche un
terzo problema
, come qua specificato da Mike Konczal.
Sembra che Reinhart e Rogoff abbiano commesso un errore in una formula in Excel. Digitando AVERAGE(L30:L44) invece di AVERAGE(L30:L49), tralasciarono il Belgio che è un contro-esempio chiave:

Questa differenza non è stata identificata prima perché Reinhart e Rogoff non avevano mai reso i loro dati interamente pubblici. Condivisero i loro fogli Excel solo con Herndon, Ash e Pollin dopo che i tre tentarono di replicare i risultati e fallirono.

Presi insieme questi tre cambiamenti portano a una diversa analisi. Herndon, Ash e Pollin asseriscono che “il tasso di crescita medio del PIL di paesi che hanno un rapporto debito-PIL maggiore del 90% è in realtà 2,2% e non -0,1% come pubblicato da Reinhart e Rogoff”. Vale comunque la pena sottolineare che l’errore nel codice di Excel di per sé è responsabile solo di una piccola parte di questa differenza nei risultati, circa 0,3 punti percentuali. Quindi l’errore di Excel, preso singolarmente, non sembra essere fatale. Di seguito si possono osservare le differenze tra i due risultati in forma grafica:

Alcune precisazioni supplementari:

- questa non è la prima critica fatta allo studio di Reinhart e Rogoff. Come spiega Dylan Matthews, altri economisti hanno sostenuto
che il loro primo paper sull’argomento ha delle debolezze in termini di causalità. Alcuni paesi hanno un alto rapporto debito-PIL perché hanno una crescita debole, non viceversa. Questa è una critica molto più sostanziale di quella emersa dal dibattito sull’esatto valore, esposta sopra.

- Reinhart ha risposto alla critica sulla causalità nel seguente modo: “Noi siamo abbastanza sicuri che la causalità agisca in entrambe le direzioni,” disse a Dylan. “Ma per favore chiarisci quali episodi
abbiamo, dal 1800 ad oggi, di economie avanzate con un alto livello di debito che crescono ad una velocità pari o superiore della norma..”

- allo stesso tempo, il lavoro di Reinhart e Rogoff non è l’unico studio che ha trovato un’associazione tra alto debito e bassa crescita. Un paper dell’FMI, per esempio, ha trovato che “un incremento iniziale di 10 punti percentuali del rapporto debito-PIL è associato con un rallentamento del tasso di crescita annuo del PIL di circa 0,2 punti percentuali all’anno, con un impatto minore nelle economie avanzate”. Ma anche a questo studio possono essere mosse le stesse critiche in termini si causalità.

- Tyler Cowen è d’accordo con le critiche, in termini scientifici, ma suggerisce che l’influenza del lavoro di Reinhart e Rogoff sul dibattito sull’austerità è stata sovradimensionata: “Le posizioni a sostegno dell’austerità non si fondano tanto sul lavoro di Reinhart e Rogoff, quanto sull’idea che i conti devono essere pagati, che affidarsi agli aggiustamenti non è sempre così facile e che la somma della redistribuzione internazionale è piuttosto bassa.”

Aggiornamento: Reinhart e Rogoff hanno risposto. Un estratto della loro risposta:

Abbiamo appena ricevuto una bozza del commento e la esamineremo a tempo debito. Ad un primo sguardo, sembra che anche Herndon, Ash e Pollin hanno rilevato una crescita minore associate ad un debito superiore al 90% (hanno trovato debito/PIL 0-30, crescita 4,2%; 30-60, 3,1%; 60-90, 3,2%; 90-120, 2,4%; oltre 120, 1,6%). Questi risultati sono, infatti, di un ordine di grandezza simile a quelli, paese per paese, presentati nella Tabella 1 del nostro articolo pubblicato sul AER e ai risultati mediani presentati nella Tabella 2. E sono anche simili alle stime presentate in letteratura, incluso il nostro articolo dell’agosto 2012 comparso sul Journal of Economic Perspective.

Tuttavia queste forti somiglianze non sono quello che gli autori hanno deciso di enfatizzare. L’articolo del JEP del 2012 anticipa e si occupa ampiamente di analizzare le preoccupazioni intorno all’aggregazione (il principale punto di critica). L’articolo del JEP non solo propone le medie dei singoli paesi (che avevamo già presentato nella Tabella 1 del paper del 2010 del AER) ma propone anche la media episodio per episodio. Senza alcuna sorpresa, i risultati sono molto simili alle medie della nostra Tabella 1 e ai risultati mediani presentati nell’articolo del 2010. É difficile capire come queste tabelle e questi risultati sui singoli paesi possano essere interpretarti in modo da asserire che un debito maggiore del 90% sia benigno per la crescita di un paese.

L’articolo pubblicato sul JEP con Vincent Reinhart guarda a tutti gli episodi di eccesso di debito pubblico in economie avanzate presenti nel nostro database, a partire dal 1800. Il risultato medio generale mostra che gli episodi di eccesso di debito pubblico (maggiore del 90% del PIL per 5 o più anni) sono associati a una riduzione della crescita del 1,2% rispetto alle crescita con un debito minore del 90%. (Abbiamo incluso nelle nostre tabelle anche un piccolo numero di episodi più brevi). Bisogna notare che poiché storicamente gli episodi di eccesso di debito pubblico durano in media più di 20 anni, gli effetti cumulativi di piccole differenza di crescita sono potenzialmente molto grandi. È del tutto fuorviante parlare di una differenza di crescita del 1% che dura 15-20 anni come piccola.

In ogni caso, in tutti i nostri studi siamo sempre stati molto cauti a parlare di “associazione” e non di “causalità”, a cominciare del nostro libro del 2009 “This Time is Different”, che mostra come il debito esploda all’indomani delle crisi finanziarie. Per questo motivo abbiamo ristretto la nostra attenzione a periodi di tempo di eccesso di debito durati più a lungo nel articolo di JEP, benché, come già detto, i periodi di tempo breve siano molto pochi. Inoltre, abbiamo generalmente evidenziato il risultato mediano di 1% di differenziale in tutte le nostre discussioni e scritti successivi, proprio per essere chiari e cauti, e anche in riconoscimento dei risultati della nostra Tabella 1 (articolo di AER, 2010).

Infine, il nostro paper del 2012 di JEP cita studi di BIS, FMI e OCSE che sono tutti arrivati a conclusioni molto simili ai nostri risultati originali, benché con leggere differenze nelle soglie identificate, e molte sfumature interpretative alternative. Questi ultimi articoli, tra l’altro, usano un’ampia gamma di metodologie per trattare la non-linearità e per provare a isolare il nesso causale. Ovviamente saranno necessarie ulteriori ricerche poiché i dati che abbiamo sviluppato e usato in questo studio sono nuovi. Per di più, il peso delle evidenze ottenute finora –inclusi gli ultimi commenti – sembrano interamente consistenti con le nostre interpretazioni iniziali del nostro articolo del 2012.

 

Articolo scritto da Brad Plumer per il “Washington Post”, traduzione a cura di Sara Banfi per “linkiesta.it

 

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