Renzi non sa come combattere la disoccupazione giovanile

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La ricetta di Renzi (o, forse, di Padoan) per contrastare la disoccupazione giovanile puzza di democristiano arrampicamento sugli specchi, è davvero così che l’Italia dovrebbe “cambiare verso” ? (guest post)

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di Guglielmo Forges Davanzati

 

«Mentre fa la guardia alla porta (della miniera), il ragazzo non potrebbe leggere se avesse un lume?». «In primo luogo, dovrebbe comprarsi le candele. Ma inoltre non gli sarebbe permesso. Sta là per fare attenzione al suo lavoro, ha un dovere da compiere. Non ho mai visto un ragazzo leggere nel pozzo»”; “«Perché non mandare i bambini a scuole serali?». «Nella maggior parte dei distretti carboniferi non ne esistono. Ma la cosa principale è che i bambini sono così esausti per il lungo sovraccarico di lavoro, che gli occhi si chiudono dalla stanchezza». «Dunque, voi siete contro l’educazione?». «Niente affatto»” – Report from the Selected Committee on Mines, 23 luglio 1866.

Circa il 23% della forza-lavoro rientra nella categoria dei NEET: non studia né lavora né segue percorsi formativi. Il tasso di disoccupazione giovanile, concentrato soprattutto nel Mezzogiorno, si è attestato, in quell’area, al 31% per i diplomati e 49% per i laureati, percentuali di gran lunga superiori a quelle registrate nel Centro-Nord. La terapia proposta dal Governo Renzi, sulla quale sembra vi sia un accordo pressoché generalizzato, consiste nell’incentivare i contratti di apprendistato.

I contratti di apprendistato sono rivolti ai giovani tra i 15 e i 29 anni e contengono obblighi formativi. Il datore di lavoro, oltre a versare un corrispettivo per l’attività svolta, è tenuto a formare l’apprendista attraverso l’insegnamento di competenze tecnico-professionali. Si osservi che questa terapia non fa altro che riproporre le “raccomandazioni” della Commissione Europea e non fa altro che riproporre le diagnosi e le ricette dei precedenti Governi.

Dunque, nulla di nuovo se non la riproposizione delle c.d. politiche attive del lavoro la cui realizzazione non ha fin qui portato nessun beneficio. Non essendoci alcuna novità nelle politiche per l’occupazione giovanile, non si capisce perché ci si aspetti che questa sia destinata ad aumentare, non essendo aumentata (anzi essendosi ulteriormente ridotta) nel corso degli ultimi anni, in una condizione macroeconomica sostanzialmente immutata e in un contesto politico anch’esso sostanzialmente immutato. Peraltro, le assunzioni con contratti di apprendistato si sono significativamente ridotte.

A metterlo in evidenza è il XIV Rapporto di monitoraggio dell’ISFOL. Si registra che, al 2012, il numero medio annuo dei rapporti di lavoro in apprendistato si è ridotto del 4,6% rispetto all’anno precedente, e che ciò si è verificato prevalentemente nel Centro-Nord. La quota di apprendisti sul totale dei giovani occupati (nella fascia d’età 15-29) si attesta, nel 2012, al 13,9%, a fronte del 14,1% del 2011. Le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato riguardano poco più di 161 mila lavoratori, con una riduzione del 10,8% rispetto all’anno precedente. Dunque, l’incentivazione dei contratti di apprendistato non accresce l’occupazione giovanile.

Le politiche attive del lavoro – di cui l’alternanza scuola-lavoro è parte integrante – sono basate sulla convinzione che sia sufficiente rendere più facilmente “occupabili” i lavoratori per generare maggiore occupazione. Il che presuppone che la disoccupazione esiste perché esiste un mismatch fra la tipologia della domanda di lavoro espressa dalle imprese e la qualità dell’offerta di lavoro espressa dai lavoratori. Ed è solo su quest’ultima variabile che occorre intervenire. Coerentemente con questa impostazione, poiché, in Italia, la gran parte delle imprese esprime una domanda di lavoro rivolta a individui poco scolarizzati, occorre depotenziare il sistema formativo. Ma, così facendo, si ottengono almeno due risultati contraddittori rispetto all’obiettivo che ufficialmente si intende perseguire.

1) In una condizione, come quella attuale, nella quale le diseguaglianze distributive sono in continua crescita, le politiche attive del lavoro accentuano il dualismo del mercato del lavoro italiano. Si osservi che, contro la visione dominante, il vero dualismo nel mercato del lavoro vede contrapposti non gli iperprotetti e i precari, ma gli individui provenienti da famiglie con alto e basso reddito. L’accentuazione del dualismo deriva da questo meccanismo. I risparmi delle famiglie italiane con alti redditi restano relativamente elevati e poiché il bacino degli inattivi è formato in larga misura da giovani con elevato titolo di studio, ne deriva che offerte di posti di lavoro non coerenti con il titolo di studio conseguito vengano rifiutate. Ed è un comportamento pienamente razionale, al quale non ha senso dare un giudizio morale di segno negativo (i giovani choosy), e che soprattutto dà luogo a una spirale viziosa così riassumibile: quanto più si dequalifica la domanda di lavoro, tanto più aumentano gli inattivi.

Inoltre,poiché gli inattivi traggono reddito dai risparmi delle famiglie d’origine (il che implica riduzione dei consumi rispetto a una condizione nella quale questi individui lavorino), tanto più si dequalifica il lavoro tanto più si riducono i consumi e – a parità di investimenti – domanda aggregata e occupazione.

In altri termini, le politiche attive del lavoro non solo non accrescono l’occupazione giovanile, ma disincentivano l’accumulazione di capitale umano e contribuiscono ad accentuare la segmentazione del mercato del lavoro: da un lato, i figli di famiglie con alto reddito e con titoli di studio elevati, che in assenza di domanda di lavoro coerente con le competenze acquisite, restano inattivi (o emigrano) e, dall’altro, i figli di famiglie con basso reddito e basso titolo di studio, che vedono ulteriormente ridotta la loro retribuzione, in una condizione di bad jobs.

2) A ciò si aggiunge il fatto che i programmi di apprendistato riducono il potere contrattuale dei lavoratori. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che, in quanto disincentivano la scolarizzazione, garantiscono alle imprese la disponibilità di manodopera facilmente ‘disciplinabile’. Individui in possesso di un elevato titolo di studio, per contro, domandano, di norma, salari più elevati, a ragione del fatto che hanno sostenuto costi maggiori (in termini di moneta e di tempo) rispetto a individui con più basso titolo di studio, e anche a ragione del fatto che elevati livelli di istruzione si associano a maggiore consapevolezza dei propri diritti. Ciò a dire che un’istruzione diffusa accresce il potere contrattuale dei lavoratori e che, dunque, potrebbe attivare un circolo virtuoso di aumento dei salari – aumento dei consumi e della domanda aggregata – aumento della produttività [1].

La strada che si è intrapresa è l’esatto opposto. Depotenziare il sistema formativo (spingendosi, di fatto, a violare l’obbligo scolastico fino ai 16 anni) e, contestualmente, incentivare la crescita della domanda e dell’offerta di lavoro poco qualificato. Anche in questo caso, il Governo Renzi non propone niente di nuovo: semmai ripropone misure di deflazione salariale che, come ampiamente dimostrato dalla storia recente dell’economia italiana, generano esclusivamente recessione.

NOTE

[1] Si tratta di un meccanismo noto come “legge di Kaldor-Verdoon” (di norma riferito al nesso fra crescita dell’ouput e crescita della produttività, una cui variante fa riferimento al nesso fra crescita della domanda aggregata e crescita della produttività, a ragione dell’operare di rendimenti crescenti). V. Kaldor, N. (1966). Causes of the Slow Growth in the United Kingdom. Cambridge: Cambridge University Press; Verdoorn, J. P. (1949), “On the Factors Determining the Growth of Labor Productivity,” in L. Pasinetti (ed.), Italian Economic Papers, Vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993. Per un’applicazione al caso italiano si rinvia a S.Perri, Bassa domanda e declino italiano, “EconomiaePolitica”, 4 aprile 2013.

 

Articolo tratto da “Micromegaonline

 

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